Perché non mi tingo (più) i capelli

di | 7 gennaio 2018

Smettere di tingersi non è affatto facile. È una piccola rivoluzione, una transizione sofferta e a volte complicata. Ma la libertà che si guadagna è impagabile. 

Colore: dal piacere al dovere

Da tempo ero diventata insofferente alla tinta. Un nome che già in sé mi suonava vecchio e che avevo imparato a sostituire con colore, più edulcorato e professionale. Ma comunque non mi andava giù.

Da ragazza mi tingevo per divertimento, senza averne necessità. Sperimentavo nuances, sfumature, cachet all’acqua (negli anni Ottanta noi teenagers li chiamavamo così). Il fatto di osare mi dava forza. Poi, a un certo punto, la scelta non ce l’avevo più.

Ero ancora giovane, forse avevo sfiorato da poco i trenta. Tra i miei capelli, i bianchi avevano raggiunto il quorum per richiedere la tinta obbligatoria. Ma, a differenza di quando mi spalmavo le pappe in testa giocando con i colori e schizzando ovunque nel bagno di casa, ora servivano professionalità e accuratezza. Non potevo permettermi di fare le cose in modo approssimativo: ogni filo bianco doveva essere stanato e verniciato.

L’invasione dei bianchi e l’inizio della schiavitù

E così ho iniziato la dipendenza dal parrucchiere. Cosa strana per me, perché di schiavitù o fidanzamenti combinati non ne voglio. Voglio poter scegliere; poi, di fatto, sono una fedelissima – chi mi frequenta lo sa. 

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Qui si vede bene il grigio che avanzava sul colore: disagio. (Isola di Ponza)

A un certo punto i bianchi erano tantissimi. Io ho i capelli molto folti (teoricamente è un pregio), in più crescono velocemente. Nel giro di poco mi veniva la coroncina intorno alla testa. Orrenda. Inguardabile. Evidentissima. Tutto, pensavo, sarà meglio di questa roba, che mi fa sciatta, trascurata e più vecchia di quella che sono. Nel frattempo gli anni erano diventati 35.

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I capelli erano sempre più ramati alla radice. (Val Devero)

Un altro difetto di questa situazione è che, avendo tanti bianchi, anche le tinte castane o brune non prendevano benissimo, e l’effetto “scaricava” (cioè scoloriva) in fretta, fino ad assumere tonalità ramate, che non mi piacevano per niente e non facevano che evidenziare il sostrato bianco (vedi foto a lato).

La prova della parrucca e altri tentativi

Iniziai a farli crescere senza riprendere più il colore. Ero orribile.

Andai in un negozio di parrucche, a Milano, per fare una prova con un toupé corto brizzolato. Mi guardai allo specchio e per poco non urlai dallo spavento. La stessa commessa cercò di dissuadermi: «Ma se non è obbligata, chi glielo fa fare?».

Andai dal mio hair stylist di allora – che adoravo, fedelissima – che mi disse: «Se vuoi smettere di tingerti, devi cambiare parrucchiere». Mio fratello: «Quando la nonna ha smesso di colorarsi, è stato il suo più grande atto di resa». Un caro amico: «Non farlo, ti invecchia». Alcune amiche vedevano la crescita e dicevano: «Così no». Eccetera.

Ma la mia insofferenza montava e non mi risolvevo a passarci sopra facilmente. Nel frattempo ho comunque fatto una serie di tentativi per fare melina, tra cui le mèches bionde, per camuffare il chiaro che affiorava. Ma io, che sono olivastra, da bionda non mi vedevo per niente!

Presto, una colata di vernice!

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Poi, a fine 2009, mancò mio padre. Per il funerale sapevo che sarebbero venuti tutti i suoi amici e colleghi, e non volevo certo essere in disordine. Non feci in tempo ad andare dal parrucchiere: mi spalmai in testa una vernice coprente nera corvino di una marca qualsiasi e mi presentai così. Dovevo parlare all’ambone e volevo essere a posto.

Cordogli a parte, tutti mi dissero che stavo benissimo e che i capelli scuri facevano risaltare meglio gli occhi chiari. Ho persino un vago ricordo di qualcuno che mi guardava in chiesa con fare da broccoleur

Non ricordo come la presi. So solo che con quella colata avevo azzerato tutti gli sforzi precedenti: ero tornata daccapo.

Cambio di vita

Nel frattempo cambio città, anzi regione, anzi habitat. Mi ammalo di un morbaccio che mi mette al palo e mi imbruttisce un tot (ne parlerò magari in un altro post). In compenso comincio a guardarmi intorno e non faccio altro che notare bellissime donne canute. Alcune anche molto giovani.

Inizio a fotografarle col cellulare, a loro insaputa. Mi creo una cartella di belle donne molto femminili e convincenti, bianche. [Ce le ho ancora e ogni tanto rivederle mi fa sorridere. È una tecnica che consiglio].

Mi riguardo Il diavolo veste PradaOcchei, sono convinta.

E poi… la Zely

Un giorno vedo un bel taglio in testa a un’estetista che lavorava nel paese a 3 km da casa mia. Mi piaceva il taglio, il colore non c’entrava; ma era pur sempre un inizio. Mi fa il nome di un parrucchiere a Piacenza città, dal nome altisonante: Salone regina

Teoricamente avrei dovuto chiamare per l’appuntamento, ma prima volevo farmi un’idea del posto e delle persone. Così, un giorno, vado in via Trebbiola e inizio a piantonare un po’ l’ingresso, studiare oltre la vetrina, vedere chi esce e come… Finché non entro.  

Non mi ricordo bene il giorno e l’ora e quanta gente ci fosse in negozio (non poca, comunque). Tentai di imbucarmi senza appuntamento. Mi armai di savoir faire e chiesi «una consulenza sul colore». Inutile girarci intorno: era la cosa di cui avevo più bisogno.

Dopo qualche manciata di minuti avevo davanti un bello specchio e dietro Zelinda, agile e minuta, dallo sguardo vispo. Da come affrontava la questione e dalle domande che mi faceva, capii subito che sapeva il fatto suo: nel giro di dieci minuti mi sono sentita in ottime mani.

La transizione dal bruno al bianco in un anno circa

Da lì in poi abbiamo iniziato un processo che forse sarebbe meglio spiegasse lei. Io ho partecipato solo dettando le mie condizioni: non volevo passare dal corto a spazzola, dunque bisognava creare una strategia della transizione. Mi sono fidata.

Zely mi ha ascoltato e mi ha cucito addosso una soluzione – o per meglio dire una serie progressiva di soluzioni – in cui si alternavano gradualità e audacia. Faceva leva su quello che c’era, cercando di valorizzarlo, e contemporaneamente andava nella direzione che avevamo deciso. Per esempio io davanti avevo un ciuffo bianco consistente, che Zely ha pensato subito di far affiorare, come primo lampo di luce, ricavando una frangia corta. Per il resto, il colore tradizionale iniziava a cedere il passo a una serie di colpi scuri (fatti con la stagnola), via via sempre più radi.

Mi sono trovata molto bene, perché è stato un processo creativo, partito dopo aver tolto tutti i pregiudizi, senza l’obbligo di fare qualcosa dettato dall’esterno, ma semmai valorizzando la mia identità naturale

Come potete vedere dalle foto, ci sono volute tenacia e pazienza.

40 anni: è fatta!

Al compimento dei quarant’anni ho fatto una festa che è durata un week-end. Dei quaranta in quanto tali non mi fregava granché, era solo un’occasione per celebrare una serie di passaggi di vita che nel frattempo avevo fatto e abbracciare in un colpo solo tutti i miei amici, rendendoli partecipi di tante cose che erano cambiate o stavano cambiando.

Appena prima della festa feci un taglio tattico, facendo pulizia di tutte le code residue colorate. La questione capelli era ormai completamente risolta, e anche chi non mi vedeva da qualche anno e non sapeva nulla di quella scelta, rimase piacevolmente colpito: «Stai bene!».

Il cortometraggio a cura di MaGestic Film

L’anno scorso, chiacchierando con Zely, ci viene il desiderio di raccontare non solo la mia storia, ma anche quella di altre donne che come me avevano smesso di tingersi o che, da giovani, volevano provare l’ebbrezza di portare i capelli bianchi.

Indubbiamente il metodo migliore sarebbe stato fare un video; ma bisognava farlo con cura, affidandolo a dei professionisti. Non facciamo in tempo a pensarlo, che la casa di produzione MaGestic Film si incarica della cosa e comincia un lavoro meticoloso di riprese, che attraversa i mesi e soprattutto le vite di 4 donne canute, tra cui me.

Inutile dire che mi sono divertita molto. Ecco il risultato, un cortometraggio di 13 minuti che secondo me parla molto a tutte le donne, indipendentemente dal colore dei capelli:

Qui trovate invece l’intervista a Zelinda (2 minuti ca.), con il suo punto di vista. Sentire la sua versione, dall’altra parte del pettine, mi ha molto incuriosito. Vi assicuro che solo 5, o peggio 10 anni fa, trovare un professionista disposto ad accompagnarti in questa piccola follia, e tanto meno a coglierla come sfida, era tutt’altro che facile.

 

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Antonella Gallino

Mi piace mettere in contatto persone, talenti e territori. Credo poco nella verità, molto nelle interpretazioni. Aborro i supermercati e i veleni, soprattutto quelli invisibili. Da anni mi documento, frequento produttori e mercati contadini, tempesto tutti di domande, poi assaggio con il palato e verifico con lo stomaco. Mi piace chi parla chiaro e con trasparenza, chi era già biologico prima del trend e chi lo diventa perché ci crede.

10 Responses to “Perché non mi tingo (più) i capelli”

  1. Viviana

    Brava hai scritto proprio un bell’ articolo utile per chi come me ha intrapreso questa strada con non poche perplessità….sono 9 mesi che non tingo i capelli e anche io sono armata di archivio fotografico di belle donne in grigio che infondono sicurezza….purtroppo non posso tagliarli troppo corti e quindi questa mezza strada è molto ripida però quando mi muovo con sicurezza ottengo anche pareri favorevoli .Ho 52 anni e questo Grey mi ringiovanisce….donne liberiamoci

    • Antonella Gallino

      Grazie Viviana! Il tuo bellissimo invito “Liberiamoci”, mi fa sorgere il desiderio di confidare un pensiero. Quella libertà, che inizialmente è un fine, diventa poi un mezzo. E dunque anche i bianchi, che inizialmente sono un punto d’arrivo, una meta, un approdo di libertà, diventano poi un mezzo per la propria femminilità, che ricomincia a fiorire ;-)

  2. celeste bucci de santis

    brava, io purtroppo non ne ho tanti di bianchi, ho tagliato tutto a zero a giugno scorso, ma erano bruttissimi e non ho resistito appena sono ricresciuti ho ricolorato… vorrei riprovare…

    • Antonella Gallino

      Ciao Celeste, grazie del tuo passaggio. Io dico sempre: se i bianchi sono pochi o non superano la ‘soglia di maggioranza’, secondo me può valere la pena coprirli. Io ho fatto una scoperta – di piacermi e di sentirmi credibile – che deriva senz’altro anche dal fatto che sono canuta, o quasi. Remare contro era impossibile o comunque molto faticoso… Poi, da una necessità, è scaturita una grande libertà :-)

  3. Michela

    Brava! Ho 43 anni e anch’io, per vari motivi, da qualche mese non faccio più l’henné. I primi capelli bianchi sono spuntati a 26 anni. Io ho tagliato i capelli cortissimi, quindi la transizione è stata breve. Non mi stanno bene come a te, però è stata davvero una liberazione! 😊

    • Antonella Gallino

      Grazie Michela! Condivido il senso di libertà e l’Impagabile risparmio di tempo e di pensieri! A ‘starci’ bene ci ho messo un bel po’, credimi, ci è voluto tempo a saper portare e abitare la nuova chioma. Ora che leggo tutto a posteriori è immensamente più facile ;-)

  4. Luca

    permettimi un commento che qualcuno potrebbe definire maschilista o volgare; sei proprio figa così!

    • Antonella Gallino

      Ciao Luca, ti rispondo con la tua stessa informalità e franchezza: grazie! È un articolo in cui mi sono esposta molto. Sapessi quanto ci ho messo a sentirmi come dici, in quella chioma. È stata una enorme conquista, sia interiore che esteriore. Cerco di tenere alta la bandiera della femminilità ogni giorno, con alti e bassi, ma comunque viva ;-)

  5. Elena

    Grazie della testimonianza, l’idea di fare dei colpi scuri mi sembra una genialata!
    Anni fa decisi che a 50 anni avrei smesso di farmi la tinta ma credo che smetterò prima, mi mancherebbero 5 anni di tinta – che stress, che perdita di tempo (preferisco leggere o camminare) e il colore è mai esattamente come lo vorrei

    • Antonella Gallino

      Ciao Elena, grazie del tuo passaggio. I colpi scuri mi hanno decisamente aiutato. Sia a non obbligarmi a un taglio corto, peggio ancora a spazzola, che avrei sofferto come un’ulteriore rinuncia alla mia femminilità; sia a fare un attraversamento lento, a cui abituare piano piano me stessa e gli altri . Avevo bisogno di arrivarci gradualmente. Ora sono contentissima, o comunque non penso più ai capelli come a un problema :-)

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