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Come rimediare a un errore di lavaggio in modo naturale?

di | 3 agosto 2017

Se hai commesso un errore di lavaggio, prima di disperarti o gettare la spugna, prova questo rimedio, totalmente naturale. Ho applicato un metodo empirico che non mi aveva suggerito nessuno e… ha funzionato! 

Ormai sulla soglia dei 45 anni, ancora non ho ancora imparato che i capi bianchi, beige, avorio, crema, NON vanno messi in lavatrice con i capi colorati, tantomeno rossi, neanche con il lavaggio di 40 minuti per i delicati, neanche al minimo delle temperature (30/40°), neanche con un detergente blando, innocuo ed ecologico come quelli che hanno accesso a casa mia.

Quando si danneggia il tuo capo preferito

E così, è successo di nuovo. In una delle poche lavate mensili che faccio, ritiro dal cestello il bucato e… orrore, una delle mie canotte preferite, in cotone naturale non tinto, esce tutta costellata di macchie rosa: tante macchie di forme diverse, in tante sfumature di rosa diversi. Niente di bello o di accettabile, niente che mi lasciasse speranza di una soluzione.*

Eccetto il Remedia, prodotto chimico che ho usato una volta, quando ancora mi facevo pochi scrupoli naturalistici, e per una serie di motivi non comprerò più.

Non proprio una canotta qualsiasi

Per intenderci, quella canotta è uno dei capi preferiti del mio guardaroba, che uso persino poco per evitare di sciuparla. È in cotone biologico ed ecologico di provenienza equosolidale, tessuto e confezionato artigianalmente in Italia. Color avorio naturale, senza alcuna tintura. La lavorazione del cotone è a costine, con gli orli rifiniti a crochet (!). L’ho comprata da Nuove Manifatture Tessili a Fa’ la Cosa Giusta Trento, una delle più belle fiere sull’eco-sostenibilità in Italia* – lo dico senza ombra di dubbio, e ne ho girate tante.

Sarà che a Trento la dimensione dell’esposizione è più a misura d’uomo e il clima umano è molto familiare, sarà pure la bravura degli organizzatori, quei «quattro pazzi di Trentino Arcobaleno, che hanno iniziato 12 anni fa come dilettanti assoluti» (parole loro), ma la versione trentina di Fa’ la Cosa Giusta, a mio parere, stacca di gran lunga tutte le altre edizioni dell’evento, Milano inclusa.

Quel capo, proprio quello, era tutto a orribili chiazze rosa. Non ho fatto alcuna foto del prima, perché mai più credevo che fosse una situazione rimediabile.

Primo istinto: googlare

Come prima cosa ho recuperato un consiglio via web, che proponeva un lavaggio a caldo con bicarbonato e sapone di marsiglia (se a mano) o con poco detersivo (se in lavatrice). Teoricamente, in lavatrice avrei dovuto rifarlo almeno due volte, alla massima temperatura possibile.

Ma non avevo voglia di far andare la macchina per un capo solo, cioè praticamente a vuoto: mi sembrava uno spreco eccessivo. Ho provato a fare qualche passaggio in una bacinella, a mano, con gli ingredienti suggeriti, ma l’esito è stato molto deludente.

Percarbonato di sodio: lo sbiancante naturale

Poi ho pensato: ma io, per sbiancare, in cucina e nei sanitari, non uso forse il percarbonato di sodio? Quello che da anni ho eletto come alternativa ecologica alla candeggina?*

Il percarbonato di sodio è il comune carbonato di sodio (la soda Solvay, per intenderci), ma combinato con una molecola cristallizzata di acqua ossigenata, che a contatto con l’acqua sprigiona ossigeno e dunque sbianca. Se usato nella versione pura senza additivi, reperibile in tutti gli shop e i negozi bio (o in quella leggermente modificata, ma sempre naturale, che si compra da quei bravi ragazzi di Officina Naturae), si decompone nell’ambiente senza inquinare.

Mi sono detta: provo.

Ho messo la canotta in una bacinella, in acqua tiepida perché avevo paura che con le alte temperature il colore si fissasse (spoiler: errore…). Succedeva qualcosa, ma poco. Ho cambiato un paio di volte l’acqua, che si era effettivamente colorata.

Un po’ di cognizione chimica non guasta

Poi sono capitata per caso sul sito di Mammachimica, che diceva (sintetizzo):

Il percarbonato di sodio va usato ad alte temperature, perché sotto i 50°* non si attiva.

Allora faccio il tentativo: rovescio in quella stessa bacinella dell’acqua bollente (non quella calda del boiler, proprio quella bollita in pentola) e rinnovo la dose, cioè metto un paio di cucchiai da minestra di percarbonato in 3 o 4 litri d’acqua.

Sorpresa! La canotta inizia visivamente a stingere. Faccio passare un giorno, una notte e di nuovo un altro giorno, aggiungendo ogni 12 ore una brocca di acqua bollente. Alla fine la mia canotta stupenda era tornata quella di sempre.

Per affinare il procedimento, l’ho poi messa a stendere al sole, che è uno sbiancante potente, come ci insegnerebbero le nostre nonne.

Ora è solo un po’ irrigidita, dunque la sottoporrò a un normale lavaggio delicato per ridistendere le fibre.

Incredibile, vero? Ho voglia di condividere questo successo inaspettato con chiunque voglia approfittare della mia scoperta. E magari sentire le vostre esperienze in questi casi.

Morale? La cognizione chimica non nuoce, anzi serve. Tanto più se si vuole agire in modo ecologico e sensato.

Ecco invece cosa si deve fare, prima
+ Post-scriptum acchiappabufale

Ecco come bisognerebbe fare il bucato per evitare i danni, a monte. Cito dal vademecum dei Detersivi Bioallegri, portale storico sulle pulizie ecologiche.

  • È consigliabile fare sempre lavatrici con capi di colore simile.
  • Se si è costretti a fare un mischione, si può difendere ciascun capo in un sacchetto di tela, per esempio una federa vecchia o uno strofinaccio legato “a fagotto” con un cordino. Il sacchetto funge da “acchiappacolore” e impedisce che i diversi capi colorati vengano a contatto.
  • In casi rischiosi è opportuno fare sempre il bucato a bassa temperatura, o ancora meglio a freddo, avendo la cura di stenderlo subito, per evitare il contatto prolungato.

Piccolo Post Scriptum sui foglietti acchiappacolore, detti anche acchiappasoldi

Sia che parliate con i ragazzi di Officina Naturae, sia che ascoltiate o leggiate sul web il mitico Fabrizio Zago (chimico industriale militante dell’ecologia e della sostenibilità ambientale e ora consulente di EcoLabel, la certificazione europea dei prodotti ecologici) il giudizio a proposito dei foglietti acchiappacolore è unanime: sono una bufala, che agisce con lo stratagemma della carica elettrica: il pezzetto di carta o di tessuto non tessuto viene intriso di molecole positive (cationiche) che attraggono quelle negative (anioniche) dei comuni coloranti.

I foglietti non fanno altro che catalizzare, cioè catturare nel lavaggio, il colore, anche quello che non avrebbe stinto. In altre parole: si colorano in ogni caso, dandoci l’impressione di funzionare. Se il colore che stinge è abbondante e molto vivace, non c’è foglietto che tenga. In più abbattono il potere pulente del detersivo, ecologico o meno che sia; e, nella maggior parte dei casi, liberano tensioattivi inquinanti per l’acqua e le specie acquatiche.

Foto di copertina: courtesy © Willi Heidelbach.

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Antonella Gallino

Mi piace mettere in contatto persone, talenti e territori. Credo poco nella verità, molto nelle interpretazioni. Aborro i supermercati e i veleni, soprattutto quelli invisibili. Da anni mi documento, frequento produttori e mercati contadini, tempesto tutti di domande, poi assaggio con il palato e verifico con lo stomaco. Mi piace chi parla chiaro e con trasparenza, chi era già biologico prima del trend e chi lo diventa perché ci crede.

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