Agricoltura biologica e sostenibilità: ancora polemiche

La primavera scorsa usciva sul Sole 24 ore, a cura di Micaela Cappellini, un’intervista alla professoressa ordinaria di farmacologia all’Università Statale di Milano nonché senatrice a vita Elena Cattaneo: Il biologico? Una favola “bella e impossibile”.

Stava allora per riapprodare al Senato il Disegno di legge 988 sull’agricoltura biologica. A gennaio, 200 firmatari tra ricercatori, agronomi e docenti tra cui la stessa senatrice Cattaneo, avevano diffuso un contributo tecnico-scientifico che chiedeva di ripensare profondamente il provvedimento, dopo aver «evidenziato molteplici elementi critici che indeboliranno ulteriormente l’agricoltura nazionale, allontanando ancor più il paese dall’autosufficienza alimentare».

Del ddl, che sta avendo un iter piuttosto lungo, avevamo parlato agli albori della proposta di legge, ma da un punto di vista opposto: L’agricoltura biologica come fulcro del territorio: una proposta di legge e di speranza.

La demistificazione del biologico

Nell’articolo, datato marzo 2019, la senatrice criticava la «narrazione del biologico» definendola «ingannevole» e illusoria.

Ne sconfessava alcune diffuse certezze con altrettante contro-accuse, per esempio: «le analisi dicono che i prodotti biologici non sono qualitativamente migliori», «il bio su larga scala è insostenibile in quanto per le principali colture produce fino al 50% in meno, richiedendo il doppio della terra».

Ancora: «La favola del naturale=buono ha contribuito, poi, ad etichettare come inquinatori del pianeta oltre un milione di imprenditori agricoli, che si affidano ogni giorno alle migliori tecnologie disponibili per garantire al consumatore prodotti sani e sicuri»; il ddl «promuove a core-business dell’agricoltura italiana una produzione di nicchia, che in molti casi segue procedure vecchie di almeno mezzo secolo», «promuove una visione di sviluppo arretrata, basata sull’ideologia quando non sulla magia [il riferimento è all’agricoltura biodinamica], avulsa dalla realtà».

Ho estrapolato alcuni passi cruciali, ma rimando all’intero articolo per una contestualizzazione più completa. Il pezzo ebbe una discreta eco e suscitò molte reazioni, vuoi di controversia, vuoi, più banalmente, di sconforto. Tuttavia le repliche del mondo agricolo e militante non si fecero mancare, per risalire alle quali basta una ricerca su Google o su Facebook.

La scienza discorde

Circa un mese dopo – a mo’ di par condicio – la stessa testata pubblicava, sempre a cura di Micaela Cappellini, la replica di Claudia Sorlini, docente di microbiologica agraria all’Università Statale di Milano: L’agricoltura biologica? «È l’unica sostenibile (e non sono una No Vax)».

Una posizione completamente diversa, pur sempre da una cattedra scientifica. A riprova del fatto, di cui sono abbastanza convinta, che la scienza sia tutt’altro che una disciplina univoca e oggettiva – ma ammetto che il mio sguardo è da umanista pura.

Glifosato vs Rame

Il 27 novembre 2018, la senatrice Cattaneo rilancia: scrive un articolo sul Messaggero su L’agricoltura bio e i suoi pesticidi, nuovamente provocatorio – ma a mio parere più interessante del precedente di marzo.

Questa volta l’occasione viene dalla presentazione alla Camera del rapporto Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta), promosso da FederBio con altri enti ambientalisti, con cui si chiede di dirottare la Politica Agricola Comunitaria, che attualmente «sovvenziona per il 97,7% l’agricoltura convenzionale», a favore del biologico: è chi inquina a dover pagare di più, non viceversa.

Ma la questione non è così piana; al punto che, nel successivo articolo già citato, la senatrice Cattaneo solleva un tema molto spinoso e sensibile, la differenza tra pesticidi di sintesi o di origine naturale:

La contrapposizione tra pesticidi (o per meglio dire agrofarmaci) di sintesi e non di sintesi è vincente in termini di marketing, ma, in termini di sostenibilità, non è funzionale a evitare un maggior inquinamento.

Il rame, ad esempio, uno dei più antichi, utilizzati e “naturali” pesticidi bio della storia, è un metallo pesante che inquina molto di più ed è molto più dannoso per uomini e animali di alcuni prodotti di sintesi con funzioni analoghe. Le evidenze scientifiche, infatti, ne dimostrano tossicità e persistenza nel suolo per tempi indefiniti.

Il tanto demonizzato erbicida glifosato, ad esempio, ha un profilo tossicologico meno pericoloso.

L’effetto del rame è anche poco mirato: la pianta da trattare deve esserne ben ricoperta, quindi ne serve di più rispetto a fitofarmaci di sintesi più specifici; inoltre, essendo facilmente dilavato da piogge o rugiada, va riapplicato spesso, col risultato di aumentare l’inquinamento. Sia chiaro, il rame è usato anche nell’agricoltura integrata che, però, ne fa un uso più contenuto avendo a disposizione prodotti tecnologicamente più avanzati per sostituirlo. In quella biologica non esiste alternativa.

Di nuovo, la senatrice lamenta che «l’agricoltura biologica ha una resa molto bassa … fino al 50% in meno». Motivo per cui, per realizzare «il lieto fine della favola del biologico, avremmo bisogno del doppio della terra da coltivare, sottraendola a foreste e praterie. Ma questo significa anche il quadruplo di emissioni di gas serra per effetto dei dissodamenti generalizzati».

Di nuovo scoppia un putiferio.

La replica dei sostenitori del bio

Una replica che non si fa attendere, pochi giorni dopo, è quella di Maria Grazia Mammuccini, già portavoce della Coalizione Italiana Stop Glifosato, nonché presidentessa di Federbio (tra gli enti promotori del documento Cambia la terra sopracitato), pubblicata da Manlio Masucci per Lifegate.

Cito qualche passo, sempre rimandando all’intero articolo per una comprensione migliore.

I dati scientifici ci dicono che il modello dell’agricoltura industriale è assolutamente superato e ci offrono indicazioni molto chiare su come contrastare il cambiamento climatico, su come tutelare la biodiversità e la salute pubblica attraverso il modello dell’agroecologia e dell’agricoltura biologica.

Affermare che il biologico inquini più dell’agricoltura chimica e che il rame sia più pericoloso del glifosato significa contraddire i dati scientifici che ci dicono tutt’altro. L’esempio del rame è assolutamente strumentale. Esistono centinaia di sostanze chimiche che vengono usate nel convenzionale, molte delle quali sono state classificate come tossiche per l’ambiente per la salute umana.

Quando la senatrice parla di biologico, l’unica citazione che usa è quella del rame che, tra l’altro, viene usato anche nell’agricoltura convenzionale aggiungendosi a tutte le altre sostanze chimiche. Gli unici ad avere limitazioni rigorose per ettaro sull’utilizzo di rame sono proprio i produttori biologici, mentre quelli del convenzionale ne possono usare quanto vogliono.

Si vede bene che il terreno è insidioso, oltre che – da più parti – inquinato.

Tutto questo accadeva tra gennaio e fine novembre 2018.

La lettera del gruppo Seta ai parlamentari

A inizio settembre 2019, al Sana di Bologna vengono resi noti i dati Nomisma per il settore dell’agroalimentare bio: si conferma il trend di crescita sia per il mercato interno, sia, ancora di più, per l’export made in Italy.

Ancora una volta l’Università prende esplicitamente le distanze. Il 16 settembre, il prof. Luigi Mariani dell’Università di Milano, coordinatore del gruppo Seta (Scienze e Tecnologie per l’Agricoltura), appreso che tra le priorità del nuovo Governo c’è anche l’approvazione del ddl 998, pubblica una Lettera aperta ai parlamentari: I molti punti critici del ddl 998 sul biologico.

Nel documento si mette in dubbio «il presunto ”interesse nazionale” per tale agricoltura» e si toccano uno per uno i temi spinosi, che sarebbero tutti a favore dell’agricoltura convenzionale: la sostenibilità, le rese, le emissioni di gas serra, i prezzi (più alti nel bio e di conseguenza non accessibili per tutti), la differenza non registrabile a livello scientifico in relazione a salubrità e residui di fitofarmaci, il fatturato del comparto in relazione ai contributi europei. Con una stoccata finale alle pratiche esoteriche «come l’agricoltura biodinamica, certificata da un marchio registrato di proprietà di una multinazionale» e che, «nello stesso Paese che con Galileo Galilei ha dato i natali al Metodo Scientifico», suona «quasi come una nuova abiura».


A questo punto, non resta che abbandonare le cariche e le cattedre per assumere il punto di vista più umile e rasoterra, quello del campo – perché, come si sa, la terra è bassa.

Fortunatamente frequento ogni giorno contadini biologici o in conversione biologica, dunque ho sotto gli occhi un osservatorio piuttosto ampio. Per cominciare, sono partita da qui: Il biologico è sostenibile? Parola ai produttori.

Foto di copertina: no one cares / Unsplash.

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Mezza piacentina e mezza milanese, un po’ selvatica e molto digitale. Sono un’ex cittadina apprendista di natura, con il neo della comunicazione. Soffro i veleni spacciati per innovazione, la fuffa romanzata bene e la bellezza che si estingue, non valorizzata.

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