Perché non amo l’espressione ‘spesa consapevole’ e come la sostituisco

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Sei insofferente alla ‘spesa consapevole’? Anch’io. Non al concetto, però: al termine. Qui ti svelo perché.

Sono anni che mi occupo di spesa e consumo critico, sia relativamente al cibo, sia a tante altre cose come abiti, pulizie domestiche, rifiuti, gestione del bilancio familiare ecc. Un po’ leggo, un po’ sperimento, un po’ mi sento come una goccia nel mare e spesso nemmeno quella.

Per esempio mi vergogno di avere tutt’ora una macchina a benzina, ma considero più ecologico tenerla fino a fine vita che cambiarla, poi la uso troppo poco. Chissà quanti altri miei gesti incidono sull’impatto ambientale, a dispetto di quello che è il mio desiderio ecologico e, in generale, di comprare meno e meglio.

Chi mi conosce o mi incontra negli eventi che tengo a proposito di spesa sana, disintermediata e a raggio corto, sa quanto poco usi l’espressione spesa consapevole, di cui pure condivido tutti gli intenti e nel cui solco, idealmente, lavoro.

Una questione di termini

Più faccio ricerca e più mi accorgo che riguardo al cibo c’è ben poco di consapevole: siamo in balia dell’industria alimentare.

Più le scelte che facciamo sono a valle di una catena commerciale e più questa catena è lunga, meno siamo tutelati.

Per spesa sana non intendo entrare in un supermercato – neanche quello verticale sul bio – e passare le ore a scrutare a fondo le confezioni e a fare il dribbling tra gli ingredienti che di volta in volta qualche voga demonizza. Come dice Michael Pollan: Se c’è scritto che fa bene alla salute, non comprare.

Leggere le etichette va bene, intendiamoci; il problema è che, più le scelte che facciamo sono a valle di una catena commerciale e più questa catena è lunga, e meno siamo tutelati.

Quando entriamo in un supermercato, per me abbiamo già un po’ perso. Le verdure sono fresche, sì, ma da frigo. I prodotti sono ‘artigianali’, certo, perché ormai è scritto dappertutto. Ormai tutto il packaging richiama il naturale e basta poco per darci la percezione che un prodotto sia handmade.

Quello che un tempo era “buono” e “di qualità”, oggi è a km zero, grezzo (di solito applicato allo zucchero di canna, illudendoci che sia integrale), viene segnalato come eccellenza di territorio, prodotto tradizionale ecc. Alcuni termini sono così inflazionati ed equivocabili, che c’è già bisogno di aggettivi rafforzativi per renderli credibili. Compaiono espressioni come vero bio, vero artigianale ecc.

Ma non è il lessico che fa la differenza: le parole assecondano il trend e toccano proprio quei tasti che fanno leva sul nostro istinto di acquisto. Astuzie della comunicazione – che peraltro è il mio lavoro, ma lo strumento e il fine sono entità ben diverse.

Del resto, come dicono alcuni amici produttori: È meglio una grande distribuzione fatta bene, di tanti finti contadini ciarlatani. È vero. Ma ancora meglio, secondo me, sono i veri contadini che lavorano con onestà e coraggio, e tengono in vita una faticosissima economia locale (magari aggiornata nei servizi, con modalità di ordinazione efficienti o digitali, consegna a domicilio ecc.).

Alcuni di questi personaggi, che fortunatamente frequento, hanno cambiato talmente tanto il mio standard alimentare – a un prezzo peraltro equo e onestissimo – che oggi, se andassi in un supermercato qualsiasi, farei fatica a tirar su qualcosa all’altezza di quello a cui sono abituata nella mia solita spesa. O comunque resterei disorientata, dalla quantità di cose e dalla piazza ultracompetitiva.

La spesa è una coperta corta, cortissima.
La spesa ponderata* è difficile, i parametri da valutare sono tanti e noi stessi aspiranti consumatori critici siamo intrisi di contraddizioni – perché lo è il mondo che abitiamo. Nella migliore delle ipotesi siamo rivestiti di plastica da capo a piedi, magari anche per profondi e legittimi motivi etici. Ma la spesa, come dico spesso nei miei incontri, è una coperta corta. Se la tiri di qua, ti scappa di là. E a volte si fa fatica anche a scegliere il male minore.

La spesa ‘umana’

Personalmente, faccio pace con la mia imperfezione, lavoro ostinatamente per quello in cui credo, sto alla larga da alcuni sistemi commerciali che sento troppo globali e massivi, e cerco di imparare in continuazione, scoprendomi di volta in volta  impreparata, o disattenta, o inguaribilmente cittadina.

L’ignoranza – e non, paradossalmente, la consapevolezza – è stata per me una grande leva di cambiamento e una fonte di apprendimento inesauribile. Lo dico con coscienza, questo sì, e con l’intento di trasformare le mie scelte militanti, da oppositive, a semplicemente affermative.

La lumaca, simbolo di lentezza. Foto di Antonella Ziliani, titolare dell’az. agricola Jenny Green e tra i protagonisti del mercato contadino del Lungorio a Mantova: un consorzio di produttori attivi da 20 anni nell’ambito della spesa sana e vis-à-vis, maestri di tenacia e consapevolezza.

Depongo dunque l’illusione di una spesa ‘consapevole’ e mi accontento di una spesa autentica, di relazione: un incontro tra persone unite da una stessa passione di ricerca.

Uno scambio, ben contestualizzato in un luogo, in cui ciascuno ha bisogno dell’altro, senza troppa sproporzione di forze, e in cui da entrambe le parti c’è un volto con cui confrontarsi, in un dialogo onesto e magari continuativo.

Una forma di commercio alla pari, che mi piace chiamare spesa umana.

Il termine ‘spesa’ viene dal lat. expendere, che significa ‘pesare’. In origine, e per motivi molto concreti, la spesa è dunque un gesto ponderato e soppesato. Se ti appassionano le questioni di lessico, segui la rubrica in cui faccio chiarezza sui termini.

La foto di copertina è di © Samuel Austin / Unsplash.

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Mezza piacentina e mezza milanese, un po’ selvatica e molto digitale. Sono un’ex cittadina apprendista di natura, con il neo della comunicazione. Soffro i veleni spacciati per innovazione, la fuffa romanzata bene e la bellezza che si estingue, non valorizzata.

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