Eremo Agricolo

Un itinerario nell’entroterra genovese tra produttori e rifugi agricoli

di | 11 giugno 2018

Un itinerario nell’entroterra ligure di Levante, in provincia di Genova, a caccia di produttori agricoli e piccole realtà virtuose in linea con lo spirito di ConsideroValore: fuori dai tracciati principali, ma ricchi di tracce nascoste da far affiorare.

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In febbraio conosco su Facebook Mariarita Savardi, tirando un filo tra i miei contatti che hanno a cuore la sostenibilità ambientale e umana. Tempo qualche giorno e siamo al telefono da un versante all’altro dello stesso Appennino, io da quello piacentino, lei da quello ligure.

Capisco subito che ci accomuna il desiderio di valorizzare la piccola agricoltura contadina e tutto quanto le ruota attorno in termini di conservazione della tradizione e del patrimonio locale, unito al sogno di fare rete, cioè di mettere in contatto i produttori tra di loro e con gli acquirenti che li cercano.

Mariarita non perde tempo e mi invita a trascorrere, a metà aprile, un week-end tra Recco, Rapallo, la Val Fontanabuona, alle spalle di Chiavari, e la Val d’Aveto. Organizzatrice e guida perfetta, mi conduce in un tour tra realtà liguri che lei ‘considera valore’, produttrici di cibo, idee, sogni, ma anche di tanta, tanta concretezza.

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Lungomare di Recco in un sabato di metà aprile.

L’entroterra genovese è una terra che si lascia scoprire da chi la attraversa passo passo, senza fretta.
Se vi capita di essere in zona o se cercate percorsi autentici nell’entroterra genovese, ciascuno di questi posti e personaggi merita una visita (previa telefonata!). Prendetevi il tempo necessario, perché questa è una terra che si lascia scoprire da chi la attraversa senza fretta, passo passo.

Se scorrete il post, troverete anche luoghi dove dormire e dove comprare qualcosa di sincero, autoctono, fatto con amore.

Recco

Ca’ du Neng

Qui ci si può far ospitare (con spazi e servizi in condivisione), partecipare a pranzi e degustazioni a tema, aderire ad attività ricreative, terapeutiche e formative. L’ospitalità è a offerta libera, con tessera associativa.

Ca’ du Neng è un rifugio agricolo o per meglio dire una «locanda terapeutica» che si trova tra gli ulivi di Collodari, nelle fasce sopra Recco (ho imparato subito che ‘fasce’ è il termine indigeno che indica i terrazzamenti). Fa capo all’associazione Hui Neng, che nasce dall’incontro tra Renato Banchi, psicologo e psicoterapeuta, e Annina Jacopino, counselor energetica, entrambi di ispirazione junghiana e fondatori nel 2002, con altri ricercatori, della Scuola Energetica Junghiana di Genova.

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Renato, Annina e la famiglia completa di Hui Neng.

Tra le attività più curiose che si possono fare qui ci sono i laboratori sartoriali di cucito creativo e rapsodico, l’etnogastronomia e gli orti filosofici. Si fanno anche percorsi terapeutici e pratiche energetiche orientali, dal qi gong allo yoga al massaggio tradizionale cinese, alla danza. Last but nost least, si pratica l’agricoltura sociale. Il tutto all’insegna del cambiamento e della relazione con se stessi, con gli altri e con la terra.

Ci sono numerosi seminari e percorsi di formazione utili a psicoterapeuti e educatori e più in generale a chiunque si occupi di supporto o evoluzione personale. Tra questi segnalo in particolare Terrapeutica, una serie di appuntamenti che insegnano a integrare la dimensione della natura per affrontare le nuove nevrosi come ansia, stress e tutti i disturbi dell’attenzione e del linguaggio oggi così diffusi tra bambini e adolescenti. La natura è uno strumento terapeutico potentissimo:

Io curo la terra e la terra cura me.

Alla presentazione ufficiale di Terrapeutica, cui ho assistito, mi è piaciuto molto sentire dire che «ambienti insalubri abbassano le difese immunitarie» e che «il cervello non è solo la scatola cranica, ma tutto il nostro corpo» (Anna Bozano), che «qualunque stimolo incide sul nostro stato mentale e sul nostro corpo per intero» (Renato Banchi). E ho invece ahimè sofferto a scoprire che persino in Liguria, terra rurale abbandonata e oggi sventrata dal massacro edilizio, alcune piantine di basilico arrivano dall’Olanda. Gli ulivi non se la passano meglio: fatta eccezione per pochi «vecchietti combattivi», interi lotti di uliveti vengono lasciati con i frutti a terra.

Hui Neng: stivali e guanti per il lavoro nell’orto
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«Io curo la terra e la terra cura me».

Val d’Aveto

Azienda agricola e B&B Villarocca

Qui si offre ospitalità stagionale, si cura una ricchissima banca del seme delle patate, con annessa collezione a cielo aperto, si vendono marmellate di piccoli frutti (squisite).

Incontriamo Fabrizio Bottari al passo della Forcella, che dalla Val Sturla ci immette in val d’Aveto. Qui si incrocia l’Alta Via dei Monti Liguri, un meraviglioso trekking tra gli Appennini e il mare.

Ci dirigiamo a Villarocca, dove Fabrizio gestisce con metodo biologico un’azienda agricola familiare che riproduce e coltiva patatepiccoli frutti. Durante i mesi estivi è attivo anche il servizio di B&B, in una bella casetta nel suggestivo borgo pedonale.

Siamo in montagna, tra gli 800 e i mille metri di quota. Qui le difficoltà sono più d’una: spopolamento e abbandono delle terre, bassa redditività dei raccolti (che sono comunque posticipati di qualche mese rispetto alla pianura), frazionamento dei terreni, assalti degli animali selvatici. La soluzione che Fabrizio auspica è quella della gestione collettiva, che preveda anche il recupero degli incolti e l’installazione di recinti di comprensorio.

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La Liguria è terra d’acque: i mulino dei Bachicchi a Villarocca.

Fabrizio è uno degli attivisti, riproduttori e custodi che fanno capo al Consorzio della Quarantina, una rete che – dagli anni Novanta sotto il nome di CoRePa, ma a partire da una ricerca avviata un decennio prima da Massimo Angelini – ha per obiettivo il recupero della biodiversità varietale della patata, in origine ricchissima e oggi pressoché azzerata.

Dal dopoguerra la patata è diventata il tubero ovale a pasta gialla che tutti conosciamo, uniforme e senza occhiature visibili. Mentre prima esisteva in tutte le forme e in tutti i colori: Fabrizio mi cita addirittura alcune patate «con gli occhi azzurri, di una bellezza che però è stata scartata perché non produceva reddito». Non solo: mi fa notare come oggi della patata si sia persa completamente anche la stagionalità, con conseguenze in termini di tossicità alimentare.

Il consorzio prende il nome dalla patata genovese a pasta bianca detta ‘quarantina’ (perché matura in pochi mesi). Garantisce la riproduzione e selezione di oltre 300 varietà di patate, in parte locali e in parte provenienti da tutto il mondo. L’attività è volta sia alla conservazione, sia al miglioramento varietale, soprattutto per ottenere una maggiore resistenza a malattie e attacchi fungini, in particolare la peronòspera, e scongiurare così l’uso eccessivo di rame. I concimi sono banditi: la ricchezza del suolo è garantita dalle rotazioni e dai sovesci.

Alla riproduzione è deputato un campo detto ‘conservativo’, visitabile nei mesi estivi: rappresenta la collezione a cielo aperto di tanta ricchezza e tanto lavoro. Il patrimonio di tutte le varietà raccolte finora è disponibile anche come mostra itinerante.

Patate Rubra spes
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Rubra spes: una selezione dalla quarantina bianca genovese, con caratteristiche simili alla progenitrice, ma con maggiore produttività e resistenza alle malattie. La particolarità è che queste patate sono riprodotte non a partire dal tubero, ma dal seme vero e proprio, contenuto nella bacca che lo porta. Alla varietà è dedicato un intero sito monografico: Rubra spes.

Parallelamente al lavoro con e per le patate, Fabrizio ha una coltivazione di piccoli frutti, soprattutto ribes nero, dalle pregevoli proprietà fitoterapiche (vi ricordate il post in cui se ne decantavano le qualità contro le allergie primaverili?). Frutti che poi trasforma in succhi e marmellate, in vendita o in dotazione per la colazione dei fortunati ospiti del B&B.

Allegrezze, allevamento e caseificio Mooretti

Qui si possono comprare formaggelle di latte crudo da vacche alimentate al pascolo e con foraggi propri.

Nonostante il nostro accumulo imperdonabile di ritardi, troviamo Max che ci attende pacifico alla chiesa di Allegrezze (bella!), di cui ci racconta subito tutti i dettagli storici: si vede che ha una passione viscerale per la storia della sua terra e dei suoi avi.

Ci sediamo a tavola e conversiamo amabilmente; a un certo punto arriva anche Raffaella, sua moglie, che fino a quel momento era stata impegnata in caseificio.

Quella di Massimo e Raffaella è la storia di una coraggiosa conquista di libertà e autonomia, di chi si adoperava a produrre latte per conferirlo a un grande caseificio consortile, subendo i ricatti al ribasso del mercato, e da qualche anno ha scommesso per poterlo trasformare tutto internamente. Una transizione lenta e progressiva, misurata (con 3 figli non si scherza), iniziata nel lontano 2002 per arrivare oggi all’affrancamento totale.

Mi ha colpito molto quando Max ci ha riportato quello che dicevano sempre i suoi vecchi:

Il latte us manj u furmai.

Cioè: «Il latte ci mangia il formaggio».

Produrre latte non comporta solo entrare in una spirale che ti strozza, ma in un sistema che ti porta fuori dal territorio. Produci latte come produci bulloni. Diverso è costruire ricchezza: erba, alberi, dare agli animali le cose che crescono da sole in natura, cioè i pascoli e i prati.

Le vacche allevate sono di razza bruna alpina e cabannina. Ogni animale ha a disposizione 2 ettari di prato, 1 di fieno e 1 di pascolo.

Per ulteriori informazioni sui prodotti e contatti, consulta la scheda che ho dedicato all’azienda agricola Mooretti.

Nell’agosto del ’44 Allegrezze fu teatro di uno scontro tra nazi-fascisti e partigiani, che ebbero la meglio. Due giorni dopo, per rappresaglia, il paese fu bruciato quasi interamente. Andò in fiamme anche la casa che ora ospita il caseificio: il nonno di Max estinse il fuoco con un paiolo di siero.

Rapallo, In te fasce

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Qui potete fare un salto e vedere gente e donne al lavoro, scoprire un ecosistema in permacultura, decidere di abbandonare la vanga per sempre (a favore della vanga-forca), iscrivervi a vari corsi e seminari, previa tessera associativa.

A Rapallo andiamo a trovare Manuela, Laura e Berengère, socie di In te fasce, un’associazione che ha preso dimora in un rustico senza corrente elettrica (!), nelle fasce sopra Rapallo.

Il nucleo fondativo viene dal gruppo di acquisto solidale di Rapallo, il Gaspallo, che a un certo punto sente il desiderio di coltivarsi le proprie verdure e, pur a digiuno di qualsiasi precedente agricolo, si converte all’orticoltura.

Manuela è lombarda e si è trasferita in Liguria nel ‘98. Mi racconta di come questo spostamento abbia comportato anche un cambio del punto di vista: «La cosa che qui si impone prima di ogni altra è l’orografia. Sono passata da una visione circolare a una visione sempre parallela al mare: è completamente diverso».

E poi: «Qui pianura non ce n’è». È lei a spiegarmi che “Fasce” è il piano, sempre leggermente inclinato, che occupa lo spazio tra un muro di sostegno e l’altro.

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«Da neofiti, ci siamo trovati oltre un centinaio di piante, prevalentemente ulivi e poi peri, pesche, fichi, limoni, albicocche, pruni, ciliegi, corbezzoli. Poi abbiamo scoperto la permacultura, che non è un metodo orticolo, ma un vero e proprio sistema di progettazione flessibile e integrato, che tiene conto delle caratteristiche del territorio su cui ci si insedia e delle risorse disponibili, con il massimo del reimpiego possibile, per ottimizzare senza sprechi tutto quanto è già a disposizione». Da quello che capisco è in parte un fatto di metodo e in parte di creatività.

Per intenderci, dal punto di vista delle pratiche agricole, in permacultura:

  • per arieggiare il terreno non si usa la vanga, ma la vanga-forca, che richiede molto meno sforzo;
  • l’erba non si taglia continuamente (non è il prato di casa!) e, quando la si taglia, non si rastrella nemmeno, ma si lascia dov’è come pacciamante e sostanza organica.

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Il casotto dove hanno la propria base diurna è molto affascinante, nella sua spartana semplicità, con tanta luce, vari attrezzi agricoli appesi, ma senza corrente elettrica (no frigo) e senza bagno. Poco distante dalla casa, è in costruzione un compost-toilet.

Laura e Manuela di In te fasce, Rapallo.
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Laura e Manuela all’ingresso del rustico di In te fasce, in via di Landea 7 a Rapallo (Google Maps sconsigliato, meglio seguire le indicazioni sul loro sito).

La tessera associativa dà diritto a partecipare alle varie attività, che comprendono i corsi (dalla permacultura alla costruzione dei muretti a secco), ma anche incontri o spettacoli culturali. In sede si possono comprare marmellate autoprodotte.

Qui ho conosciuto anche Gabriella, una elegante signora che produce spugne vegetali morbidissime, di qualità molto diversa da quelle che ero abituata a trovare in altri mercatini. Le ho dedicato una scheda nella mia guida ai produttori: Gabriella Garibaldi.

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Le mitiche luffe o spugne vegetali, morbidissime, di Gabriella.

Val Fontanabuona

Eremo Agricolo, Lezzaruole

Nel pomeriggio ci dirigiamo a Lezzaruole, in Val Fontanabuona, la valle dei Fieschi e delle cave di ardesia (la pietra che si usa per fare le lavagne e altri elementi da arredo, almeno un tempo). Siamo alle spalle di Rapallo, Chiavari e del promotorio di Portofino, al confine con la Val d’Aveto e di nuovo con la val Trebbia.

Philippe ci viene incontro lungo lo sterrato e poi ci accompagna con la sua tenace Kangoo fino all’eremo, dove troviamo anche la moglie Maria e altre 2 amiche, che poi sotto vi presento: tutti ci accolgono con sorrisi speciali e una disposizione d’animo molto distante dalla frenesia cittadina. In qualche modo sembra che qui il rapporto con il tempo sia diverso, e ti forgi in modo diverso.

Il posto è di un incanto essenziale, fuori dal mondo, immerso nella natura di montagna. Si vede il mare in lontananza. lo consiglio a chiunque voglia fare un’esperienza davvero ‘immersa’ nella natura, senza mezzi termini.

L’annuncio del B&B è esplicito: Eremo agricolo in to the wild. «Non proponiamo un soggiorno turistico, ma un esperienza diretta della decrescita felice». Il riscaldamento è a legna, l’energia solare riscalda l’acqua, supportata da un boiler a gas. L’elettricità di casa è a 12V (batteria), con numerose prese tipo accendisigari da macchina e adattatori vari.

La casa è ristrutturata come piace a me, con una semplicità che riutilizza tutti i materiali poveri a disposizione: terra cruda e cotta, ardesia, legno, lana. Anche la storia di come Philippe e Maria hanno trovato questo rustico è molto poetica. Cercavano una casa nell’entroterra, notano questa, chiedono a un contadino che lavora lì intorno: «Che lei sappia è in vendita?» «Sì, è la mia». Tempo qualche settimana ed era la loro :-)

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Il posto è magico e ha un’atmosfera godibile anche quando il tempo è così così.

L’eremo è anche luogo di cura del bosco e di coltivazione di ortaggi e patate ed è nella rete del Consorzio della Quarantina.

Nel 2009, quando la produzione orticola era più sviluppata, Philippe fu tra i fondatori del GPS (Gruppo Produttori Solidali), basato sul ‘Patto del Cibo’: una rete tra produttori e “mangiatori”, come simpaticamente sono stati battezzati gli acquirenti (meravigliosa alternativa per ‘consumatori’!). Il servizio è tuttora attivo con la consegna della cassetta settimanale lungo la riviera tra Lavagna e Genova, citofonare Aldo Piscitello.

Philippe è anche uno dei massimi esperti di BRF (Bois Raméal Fragmenté), ossia del cippato di legno, che pare permetta di arrivare addirittura a fare l’orto senz’acqua. Cercate i suoi libri, di cognome fa Lemoussu.

Con un’apposita macchina si macinano le ramaglie e dal cippato che se ne ricava si pacciama il terreno e al contempo si ravviva la fertilità del suolo.

È una tecnica utilissima. Ma qui nello specifico, ammetto, non ha funzionato e non mi vergogno a dirlo. È l’ennesima lezione che in natura non esiste la bacchetta magica e che ci sono tante variabili di cui non abbiamo il controllo.

Poi mi racconta, come già altri, del problema dell‘assalto alle colture degli animali selvatici come cinghiali, daini, caprioli, tassi. Ma a proposito di ‘metodi difensivi’ il suo approccio è piuttosto fatalista: «Non sono venuto qui per mettermi in un fortino».

All’incontro convergono anche 2 ragazze, Katy e Nadia, che stanno per far partire qui un progetto legato allo zafferano e ad altre piante aromatiche a scopo officinale, con l’obiettivo realizzare, idealmente, un ‘bosco edibile’.

Katy mi dice che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha comunicato che dal 2030 gli antibiotici non saranno più efficaci, dunque diventa sempre più urgente trovare dei sistemi di cura alternativi. Da questo punto di vista la fitoterapia ha tantissimo da offrire ed è ancora molto sottovalutata. Dunque c’è abbondante margine per la loro missione.

Philippe è disponibile a ospitarle sui propri terreni e a promuovere qualcosa in sinergia con loro: «Potrebbe essere una strada plausibile per l’agricoltura di montagna, in sintonia con il tempo di oggi».

Un altro dei loro (vari) intenti è costruire una casa in bioedilizia con materiali di recupero e autosufficiente dal punto di vista energetico, facendo tesoro di tecniche e soluzioni costruttive da tutto il mondo. Mi terranno aggiornate sulla loro attività, in modo che posso dedicare anche a loro una scheda nella mia Guida.

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Non volevo più partire. Mi sentivo bene e ogni mia fibra era attenta e in ascolto.

A un certo punto, in chiusura interviene Maria, moglie di Philippe: «Posso permettermi? Non perdete di vista il mondo e tutto quello che succede intorno». Questo suo monito – di donna sarda, concreta – mi ha risuonato molto per i giorni successivi. E anche ora, che tanto sta succedendo intorno a noi, penso che l’integrazione tra noi e gli altri, tra noi e la natura, e persino tra noi e noi, sia davvero la scommessa principale che ci sta di fronte. E nessun terreno ostile, scosceso o sdrucciolevole è una scusa sufficiente.

Foto di copertina: l’eremo agricolo di Lezzaruole in primavera.

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Antonella Gallino

Mi piace mettere in contatto persone, talenti e territori. Credo poco nella verità, molto nelle interpretazioni. Aborro i supermercati e i veleni, soprattutto quelli invisibili. Da anni mi documento, frequento produttori e mercati contadini, tempesto tutti di domande, poi assaggio con il palato e verifico con lo stomaco. Mi piace chi parla chiaro e con trasparenza, chi era già biologico prima del trend e chi lo diventa perché ci crede.

2 Responses to “Un itinerario nell’entroterra genovese tra produttori e rifugi agricoli”

  1. Luca

    usare i social in modo costruttivo, bello che vi siete conosciute ed incontrate dopo una mia condivisione del tuo sito

    • Antonella Gallino

      Vero Luca, ho pensato anch’io la stessa cosa. Questo è il lato impagabile dei social: riuscire (anche) a tirare un filo selettivo, che trasforma talvolta il virtuale in reale autentico… Grazie ancora della ‘mediazione’ ;-)

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