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Grano Cappelli: cosa cambia con la licenza esclusiva sulla semente

di | 15 maggio 2018

La storia dell’appalto esclusivo sul seme del grano Cappelli è preoccupante, ma più complessa di come la si racconta in giro. Ecco la mia sintesi dopo giorni di letture, interviste, chiacchierate con i produttori.

Ultimamente, nel settore che più frequento – quello della spesa contadina a filiera corta e dei prodotti agricoli artigianali – è scoppiata una discreta bagarre a proposito del grano Cappelli, il cui seme sarebbe stato ‘brevettato’ (termine che metto tra virgolette perché improprio, quantomeno nella forma) da una ditta sementiera bolognese, la Sis.

Nel tam tam della rete ho notato alcune imprecisioni, che hanno confuso per prima me, tanto che ho provato a capirci qualcosa, leggendo molto e interpellando direttamente alcune realtà coinvolte.

Cerco di spiegare qui in parole semplici quello che ho capito, attingendo il più possibile a esempi pratici, che possano chiarire cosa davvero cambia e per chi, e con quali conseguenze.

Il grano del senatore Cappelli

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Il grano Cappelli, con i suoi caratteristici e lunghi baffi neri (reste o arìste). Foto © Alessandro Dettori, Tenute Dettori.

Il grano Cappelli o grano del senatore Cappelli è una varietà di pregio non tanto antica ma piuttosto centenaria,* risultato di una selezione fatta dal genetista marchigiano Nazareno Strampelli, agronomo tanto geniale quanto modesto, che infatti la dedicò a colui che per primo lo incoraggiò e sostenne nelle ricerche, mettendo a sua disposizione una masseria e alcuni terreni nel foggiano (dove oggi risiede infatti la banca di questo seme, cioè il Crea, vedi sotto): il senatore nonché marchese di origine abruzzese Raffaele Cappelli. Siamo in pieno Regno d’Italia, tra fine Ottocento e il 1915. È il momento in cui viene sancita la distinzione tra grani duri e grani teneri, oggetto della cosiddetta Riforma Agraria.

Una cosa che forse non tutti sanno è che qualche anno più tardi Mussolini, dopo aver conosciuto Strampelli ed esser stato da lui rassicurato che l’Italia avrebbe potuto essere autonoma nella produzione di frumento, promulga le leggi della cosiddetta battaglia del grano, con cui punta all’autarchia e all’autosufficienza alimentare.

Per decenni il Cappelli restò il grano duro più coltivato, soprattutto nelle regioni del Sud e nelle isole (fino al 60%, leggo da varie fonti). Dopo gli anni Cinquanta la varietà scomparve, a favore di grani duri più precoci nella maturazione, con una resa più alta e dal fusto più basso (l’allettamento è un problema in sede di mietitura). Con il passare dei decenni questi stessi grani recenti, inseguiti come più redditizi, scenderanno poi talmente di prezzo da affamare i cerealicoltori, costringendoli a inseguire la monocoltura e la quantità.

Quando si ammazza l’agricoltura tradizionale, le conseguenze non sono mai solo alimentari. Lo stelo alto del Cappelli (può arrivare fino a 180 cm) era ottimo da intrecciare e per questo ricercatissimo dalle cestinaie di Sinnai, in Sardegna; si vede bene come un tempo artigianato e cultura agricola fossero strettamente connessi.

Il recupero negli anni Novanta

Sono stati soprattutto gli agricoltori biologici, agli inizi degli anni Novanta, a rimettere in coltivazione questa “antica” varietà che nel dopoguerra era stata progressivamente scartata a favore delle varietà moderne di taglia più bassa e più produttive, promuovendo filiere locali volte alla produzione di paste monovarietali provenienti da semola di grano duro varietà Cappelli.

A parlare è Francesco Torriani, vice coordinatore del Settore Biologico dell’Alleanza delle Cooperative Italiane e presidente del Consorzio Marche Biologico (fonte: Grano o grane: che fine ha fatto il grano duro Cappelli?).

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Spighe coltivate presso l’agriturismo biologico Su Massaiu, nel Medio Campidano. Scatto di @alice__s. «Spighe alte fino a un metro e ottanta, ariste lunghe e nere, radici forti ed estese capaci di raccogliere tutte le sostanze nutritive della terra».

Eccellente per statura, biologico per natura

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Un grano ad alto fusto. Scatto di Matteo Piras.

Il grano Cappelli «è una varietà unica… Questo spilungone dei campi, pur faticoso da lavorare, è imbattibile sul piano del gusto e della qualità. È un grano senza veleni, non ha bisogno di concimi né diserbanti perché soffoca le malerbe naturalmente, grazie alla sua altezza» (fonte: La rivincita del grano buono dei nonni, L’Unione Sarda, 2010).

Inoltre ha caratteristiche organolettiche invidiabili: è a basso tenore di glutine, ha una discreta quantità di proteine, fibre, vitamine e sali minerali e – cosa importante ad oggi – è molto ben tollerato anche dai gluten sensitive (non celiaci).

Di conseguenza, è considerato una delle eccellenze della nicchia del cibo sano ed è spesso suggerito dai nutrizionisti come alternativa agli altri grani in commercio. Infatti è molto ben remunerato dal mercato, disposto a spendere in media 7/8 € per un chilo di pasta fatta con questo ingrediente.

Cosa ha scatenato il tutto: l’appalto esclusivo a Sis

Nel giugno 2016 il Crea di Foggia, ovvero il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura (un organo sostenuto dal Ministero per le Politiche Agricole), che detiene il seme in purezza, pubblica un bando pubblico, in seguito al quale concede la licenza esclusiva dei diritti di moltiplicazione del grano duro ‘senatore Cappelli’ a una ditta di Bologna, la Società Italiana Sementi.

Tutti i vari consorzi regionali, che si sono occupati per primi e fino a quel momento di preservare e reintegrare la varietà, insorgono.

Rivendicano dalla loro un lavoro pluriennale, pionieristico, calzato nella propria identità regionale e culturale, ma pur sempre collaborativo. Questo merito, anziché valorizzato, verrebbe depredato da una grande azienda che ha ben poco da vantare in relazione alla tutela militante del grano Cappelli.

Abbraccio con grano cappelli
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Abbraccio simbolico, da pari a pari. Scatto di @ma_nu3l.

Brevetto vs licenza

Dal punto di vista formale, non si può parlare di ‘brevetto’ in senso stretto, dato che non sussiste alcun carattere di novità; si tratta piuttosto di licenza.

In seguito alla vittoria del bando pubblico la Sis ha ottenuto la licenza esclusiva per la commercializzazione del seme, diritto che contestualmente hanno perso le altre due ditte sementiere che lo riproducevano e certificavano in purezza da diversi anni: la Selet di Tuili, nel campidano, e il sementificio di Peppino Scaraia in provincia di Matera.

Licenza esclusiva significa di fatto: monopolio per la vendita del seme da riproduzione. Due premesse importanti:

  1. Sul mercato, la granella può essere commercializzata con due scopi distinti: da seme o da macina.
  2. Nel caso delle varietà antiche, il seme, per poter essere denominato in un certo modo a livello ufficiale (per es. sulle etichette), deve essere acquistato da una ditta sementiera, che ne garantisce la riproduzione in purezza. In questo caso il seme ha il cosiddetto ‘cartellino’ e può vantare una denominazione specifica.

A questo proposito si aprirebbe un capitolo delicatissimo, cioè la differenza tra semi rurali, fondati sul libero scambio tra contadini, e semi commerciali, prodotti dalle ditte sementiere. Il tema ci porterebbe lontano, o vicinissimo, nel territori cruciali della sovranità alimentare e della biodiversità (che, da un certo punto di vista, è il contrario della purezza), di cui i contadini sono vettori e custodi. In Italia, la legge sulle sementi commerciali è stata istituita negli anni Sessanta.

Posto che concedere a una società privata la licenza esclusiva per la commercializzazione di un seme è un atto che si presta a numerose distorsioni, non mi erano affatto chiari gli effetti che questa ‘novità’ avrebbe introdotto sui prodotti che normalmente acquisto (di solito, direttamente da pastifici artigianali o dai cerealicoltori che coltivano il grano destinato alla trasformazione).

Cosa comporta la licenza esclusiva alla Sis

In pratica, la novità prevede che chiunque acquisti il seme del grano Cappelli dalla Sis debba poi rivendere il proprio raccolto alla stessa Sis, a un prezzo concordato. Che in parte lo trattiene per la riproduzione, in parte lo rivende come granella da macina. Ciò sia per il mercato convenzionale, sia per quello biologico.

La Sis guadagna:

  1. nella vendita ai vari agricoltori della granella da seme, di cui è ora unica licenziataria in Italia;
  2. nella differenza tra il costo di riacquisto della granella coltivata e il prezzo di rivendita della stessa granella a fini molitorii, cioè per essere macinata;
  3. nella stipulazione di contratti di consulenza agrotecnica, che forniscono assistenza e prodotti durante l’attività di coltivazione in campo.

Attualmente il prezzo di acquisto dichiarato è di 60 €/q se il cereale viene coltivato in agricoltura biologica e 50 €/q in agricoltura convenzionale. Viceversa il riacquisto della granella a scopi di molitura è di 100 €/q per il bio e 80 €/q per il convenzionale. Cito dall’ufficio stampa della Sis.

Nel punto 1 entra in gioco anche il tema della resa, cioè quanto rende la granella per ettaro. La resa dei grani antichi non è elevata, ma se, come dichiara la Sis, si vuole puntare all’obiettivo di tendere a rese più alte (in tanti si chiedono come), la marginalità degli agricoltori potrebbe persino sembrare profittevole.

Licenza o monopolio?

Secondo molti, si tratta di fatto di un regime di monopolio. Dice Chiara Siddiolo: «In seguito a questa esclusiva, gli imprenditori agricoltori sono privati della possibilità di sviluppare e promuovere filiere fino al prodotto finito» (fonte: Il grano Senatore Cappelli venduto in monopolio).

Non a caso, mi dicono, il prezzo del seme è aumentato. Cito ancora Torriani:

L’obbligo di riconsegna di tutto il raccolto garantisce alla ditta sementiera di essere di fatto l’esclusivista non solo della riproduzione e commercializzazione della semente, come previsto dal bando CREA, ma anche della granella destinata alla trasformazione in semola.

Tutto questo crea un regime di assoluto monopolio della commercializzazione della granella di grano duro Cappelli, in quanto non è possibile il semplice acquisto della semente da parte dell’imprenditore agricolo.

«In seguito a questa esclusiva, gli imprenditori agricoli sono privati della possibilità di sviluppare e promuovere filiere fino al prodotto finito».
Ne consegue che un piccolo agricoltore non potrà più acquistare un seme certificato in purezza come ‘grano Cappelli’ da altre ditte sementiere che non siano la Sis, né potrà più gestire autonomamente una filiera chiusa dello stesso grano, dal seme al campo alla trasformazione: dovrà per forza ricorrere all’acquisto del grano da macina presso terzi.

A scanso di equivoci: ogni filiera a ciclo chiuso è una piccola rete di efficienza, collaborazione e valore, che costituisce per chi acquista una garanzia di qualità, prossimità, tracciabilità (e anche di prezzo equo, perché abolisce gli intermediari).

Ancora per un anno, ovvero fino al raccolto 2018, si potranno dichiarare contenenti ‘grano Cappelli’ certificato i prodotti ottenuti da raccolto in autorisemina (cioè con una parte della granella trattenuta per essere riseminata in proprio): con questa modalità la dicitura potrà essere indicata ancora per un anno. Dopodiché il prodotto in etichetta verrà declassato a semplice ‘grano duro’.

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Pasta fresca di grano duro Cappelli del consorzio sardo. Scatto di @veraincucina.

La reazione dei consorzi di tutela e altre voci del dibattito

I consorzi che, su base regionale, si stanno occupando di recupero del grano Cappelli, alcuni dei quali da 30 anni, gridano allo scippo e al colonialismo alimentare.

Secondo loro l’ingerenza dell’agroindustria è evidente: qualcuno di molto forte, con grandi interessi in gioco (il presidente della Sis è il vicepresidente di Coldiretti), sta approfittando di un mercato in crescita, di cui ha individuato tutte le potenzialità e le implicazioni commerciali. Ma la cosa ancora più grave è che si sta appropriando di un lavoro pionieristico e militante iniziato ben prima, dal basso e in stretta relazione con i rispettivi territori (si sa quanto risulti difficile promuovere la nicchia di una filiera locale contro i colossi della grande distribuzione, supportati da grosse risorse comunicative e mediatiche, nonché forti dell’arma del prezzo).

Il Consorzio Sardo Grano Cappelli

Prima potevamo venderlo in tutta Italia come grano da semina. Era un punto fermo, riconosciuto a livello nazionale, perché è difficile farlo bene. Ora non è più possibile, perché l’esclusiva l’ha vinta la Sis. Possiamo commerciarlo solo come grano da macina.

A parlare è Laura Accalai, figlia di Santino titolare della Selet (che si trova ora con un invenduto in magazzino di 7000 q, deperibili), nonché presidente del Consorzio Sardo Grano Cappelli.

Il consorzio è stato costituito ufficialmente nel 2014 per tutelare il consumatore dalle frodi alimentari e garantire la reale attendibilità della filiera. Vanta oggi un centinaio di associati in Sardegna tra contadini custodi e coltivatori, mugnai, panificatori, pastai, dolciai, birrai, rivenditori autorizzati.

Pane Kentos Sardegna
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“Moddizzosu” biologico del forno Kentos Sardegna, preparato con semola e farina di grano Cappelli Sardegna, acqua, lievito madre naturale, sale. Foto di Aessandra Polo.

La Sardegna è uno degli areali più vocati in relazione al grano Cappelli (su trigu de su senadori), grazie al clima caldo e ventilato, che ben si addice ai grani duri antichi, varietà molto resistenti che, mi dice Laura «si fortificano se rischiano la sopravvivenza» (non a caso il 2017, anno siccitoso, ha portato a rese straordinarie).

Lì, al principio degli anni Novanta, Santino Accalai, padre di Laura e titolare della Selet, inizia la propria ricerca. Complice l’incontro provvidenziale con un vecchietto di Nurri che ne aveva alcune spighe in casa, comincia a coltivarne una manciata di chicchi. Al 1997 risale la sua prima certificazione del seme.

Il Consorzio Sardo chiede in particolare che venga rifatto il bando con una procedura più trasparente e accessibile alle piccole aziende sementiere e che sia chiarita e distinta la politica relativamente all’acquisto del grano da macina.

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Fregola fatta in casa di semola integrale di grano Cappelli. Scatto di @cr_eative, mangiapositivo.

Il Consorzio Marche Biologiche

Il consorzio marchigiano chiede in particolare che, in prospettiva delle semine 2018, sia ben distinta la contrattualistica per il seme destinato alla rimonta/riproduzione da quella per la granella destinata alla trasformazione/molitura. Di nuovo Francesco Torriani, presidente:

Questa situazione sta mettendo in ginocchio filiere già avviate da decine di anni. Ma non solo: in questo modo la filiera del grano duro Cappelli inizia e si chiude con l’industria, interrompendo la natura agricola della stessa e riducendo la figura dell’agricoltore ad un mero prestatore d’opera alle condizioni imposte dall’industria sementiera.

La posizione della Sis

Riporto la replica di Mauro Tonello, presidente di Sis e di Coldiretti Emilia-Romagna e vicepresidente nazionale di Coldiretti (fonte: Unione Sarda).

Per accusare la Sis di voler instaurare un monopolio sui semi e sul cibo ci vuole molta fantasia o forse tanta malafede. … Basta ricordare che la Società Italia Sementi è di proprietà dei Consorzi Agrari d’Italia e quindi degli agricoltori italiani. Non è né un gruppo privato, né una società solo emiliana, ma opera a fianco degli agricoltori su tutto il territorio italiano, e già quest’anno il grano Cappelli è stato seminato dal Friuli alla Sicilia.

Quella che viene messa sotto accusa è una delle poche operazioni di democrazia alimentare che coinvolge alla pari gli agricoltori e gli altri operatori della filiera, fino al consumatore. … Noi contiamo, in linea con la sua tradizione e il suo valore, di ridare spazio al Cappelli in tutta Italia e non in una sola regione.

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La pasta biologica di grano Cappelli presentata dalla Granoro, primo pastificio italiano ad aver aderito alla filiera Sis, a Cibus 2018.

Altrove: «La scelta di rivalorizzare questa varietà si sta dimostrando vincente. Le superfici stanno aumentando in maniera esponenziale, l’interesse di agroindustria e grande distribuzione è crescente e, una volta tanto, anche agli agricoltori rimane una certa marginalità» (fonte: Terraèvita).

L’interrogazione parlamentare

Il 20 dicembre 2017, all’anticamera dello scioglimento delle camere, il ministro delle politiche agricole e forestali Martina viene interrogato sul tema dall’onorevole Placido, deputato del gruppo parlamentare SI-SEL-POS-LU, che si fa carico delle istanze dei consorzi e dei piccoli agricoltori locali.

Placido denuncia la «situazione incresciosa» dell’imposizione ai produttori di ben 2 vincoli, quello della «consegna di tutta la granella prodotta» e il contestuale «vincolo all’assistenza tecnica», che di per sé non sarebbero una condizione implicita nei diritti di esclusiva ottenuti da Sis. 

Martina risponde – sintetizzo – che il problema non sussiste: si tratta di una semplice licenza all’esecuzione materiale, non c’è monopolio, né conflitto alcuno di interessi; infine chi trattiene il seme da reimpiegare per la semina, è pur vero che non potrà vendere il frutto del proprio raccolto, ma potrà continuare a trasformarlo per sé (chiamandolo come, però?).

Guarda l’interrogazione su YouTube, Placido-Martina-Placido (5 minuti).

Altragricoltura

Eppure la preoccupazione resta alta. Dice Gianni Fabbris, coordinatore nazionale di Altragricoltura (fonte):

È un problema non solo per chi i cerealicoltori che producono grano Cappelli, ma è anche un problema di modello generale dell’agricoltura che interessa gli agricoltori che, da qui a qualche tempo, potrebbero essere ridotti a prestatori d’opera o lavoratori per conto di soggetti che poi ci metterebbero la griffe: Sis e Coldiretti; ma anche un problema che interessa i consumatori, i cittadini e la trasparenza di fare economia e impresa.

Per il Sud questo diventa il confine intorno a cui o subire un modello che costringe nelle mani di speculatori o quello in cui la libertà d’impresa diventa motore che produce economia sociale, benessere e avanzamento.

L’analisi di Granosalus: presenza fantasma

Recentemente Granosalus, associazione pugliese di consumatori e produttori di grano duro, che porta avanti battaglie, indagini e petizioni a favore della “buona pasta” senza contaminanti, pubblica i risultati di un’analisi in cui misura la quantità di grano Cappelli presente in alcuni marchi di pasta che vantano di contenerlo in purezza: Pasta Senatore Cappelli: ecco le marche prive di titolo.

Ne risulta che queste paste, anziché essere monovarietali come dichiarato in etichetta, contengono in realtà una «miscela di genotipi diversi» e che in 2 casi sui 3 analizzati il fantomatico Cappelli sarebbe presente solo in minima quantità, dove «bassa» e dove «molto bassa». 

Faccio notare anche un’altra cosa: lungi dall’essere più tutelato, il consumatore troverà a scaffale la tanto decantata pasta senatore Cappelli, prodotta con il grano certificato dalla Sis e in seno a quei contratti di filiera, ma avrà di fronte un prodotto industriale, che verrà però decantato con la consueta retorica del marketing alimentare, che non distingue tra larga e piccola scala. 

E dunque, in sintesi?

Concludo con un’affermazione e una domanda.

Che si tratti di monopolio o no, è certamente una battaglia tra due paradigmi diversi, per non dire inconciliabili: da un lato la filiera agroindustriale, con la sua ambizione al controllo, all’estensione distributiva e alla contrattualistica capillare, dall’altro l’autonomia e la valorizzazione delle piccole reti di scala locale.

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Il ‘pane di zia Maria’ tra tradizione e devozione.

Siamo sicuri che conquistare la grande distribuzione (un canale difficilmente sostenibile per i piccoli produttori) rappresenti una reale forma di garanzia per l’eccellenza di un prodotto di nicchia, che si esprime al meglio nei canali di prossimità e nei circuiti a filiera corta?

Il consumatore troverà a scaffale la tanto decantata pasta senatore Cappelli, prodotta con il grano certificato e in seno ai recenti contratti di filiera, ma avrà di fronte un prodotto industriale, incensato con la consueta retorica del marketing alimentare, che non distingue tra larga e piccola scala, provenienza delle materie prime, tipo di lavorazione ecc. Magari farebbe differenza sapere, per esempio, se una pasta è essiccata lentamente a temperatura ambiente o se è essiccata velocemente in forno, perdendo così tutti i suoi nutrienti; ma sono particolari su cui bisogna portare l’attenzione (che di solito si appaga con altri dettagli-esca tra cui la semplice presenza dell’ingrediente, qualche strillo riguardo ai benefici nutrizionali e al massimo la trafilatura al bronzo).

Non stiamo forse sovraesponendo e snaturando un prodotto, che per sua natura ha bassa resa e caratteristiche poco conformi agli standard dell’industria di trasformazione? Certo, come sempre lo stiamo facendo per il bene del popolo, per la gioia e la salute dei consumatoriper garantire la massima diffusione.

Fa proprio strano che oggi sul grano Cappelli – varietà che lo stesso inventore aveva lasciato libera e che per galanteria d’altri tempi aveva persino battezzato con il nome di un altro – ci sia in corso una battaglia di rivendicazione, per non dire di esproprio. Il fatto che tutto sia condotto in modo ‘legittimo’ non è sempre una garanzia sufficiente.

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Museo del grano di Ortacesus (Ca), sede della manifestazione annuale sull’arte della panificazione: Nel nome del pane. Scatto di Mattia Perra.
Foto di copertina: scatto di Nicola Marras. Questa e tutte le foto sparse nell’articolo (eccetto la prima) sono pubblicate per gentile cortesia del Consorzio Sardo Grano Cappelli.

* Se vi stupisce che una varietà di soli cent’anni si possa fregiare dell’attributo di antica, rimando al recente articolo di Claudia Renzi sulle Nuove filiere locali del grano, in cui chiarisce perfettamente la differenza terminologica tra ‘varietà antiche’ e ‘vecchie varietà’. Diciamo che la rivoluzione verde – con i suoi grani irradiati, inallettabili, a genoma modificato, dopati di glutine per ottenere una farina di forza e una migliore commerciabilità – fa da tale spartiacque, che ciò che viene prima assurge automaticamente al ruolo di ‘antico’.

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Antonella Gallino

Mi piace mettere in contatto persone, talenti e territori. Credo poco nella verità, molto nelle interpretazioni. Aborro i supermercati e i veleni, soprattutto quelli invisibili. Da anni mi documento, frequento produttori e mercati contadini, tempesto tutti di domande, poi assaggio con il palato e verifico con lo stomaco. Mi piace chi parla chiaro e con trasparenza, chi era già biologico prima del trend e chi lo diventa perché ci crede.

One Response to “Grano Cappelli: cosa cambia con la licenza esclusiva sulla semente”

  1. Andrea

    Ho una piccola azienda. Produco farine di grani antichi teneri e la semola del Cappelli, tutte macinate a pietra. Ho incominciato a produrre pasta con il Senatore è questa storia mi lascia sconcertato. L’Italia sta andando a rotoli e l’agricoltura italiana (una volta d’eccellenza) sta perdendo tutta la sua classe. Grazie a questi sciacalli autorizzati da uno stato inesistente. Io sto con gli agricoltori perché possano continuare a difendere questo marchio Italiano. W l’agricoltura. W l’Italia.

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